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Ingegneria sotto i tasti

C’è stato un lungo periodo (e forse non è ancora terminato!) in cui le qualità di un computer si valutavano in velocità di elaborazione, quantità di RAM e storage, velocità e risoluzione del comparto grafico. È ovvio: un computer veloce consente di lavorare meglio, se poi tutto è visualizzato come un’opera d’arte tanto meglio. Spesso, però, ci si dimentica del dispositivo di input per eccellenza: la tastiera. Con la diffusione dei touchscreen e il perfezionamento di mouse e touchpad, la tastiera sembra l’oggetto più vecchio e assodato, ma non bisogna scordarsi che i fiumi di testi che vengono scritti ogni giorno sono prodotti da miliardi di click su tastiere di tutti i tipi.

L’opera di smontaggio e pulizia della tastiera di una NeXTstation.

Per questo, dunque, è opportuno soffermarsi su questo dispositivo che affonda le radici nelle prime macchine da scrivere e nel tempo si è evoluto aggiungendo comfort di scrittura, silenziosità e dimensioni contenute (ferma restando, ovviamente, la dimensione e la distanza tra i tasti, strettamente legata alla ergonomia delle mani).

Nel futuro sarà pubblicato un articolo di approfondimento sull’evoluzione delle tastiere. In questo primo articolo introduttivo, invece, si vuole mostrare l’interno di tre tastiere “abbastanza moderne”: una tastiera PS/2 Silicon Graphics di una O2, una PS/2 di un Acorn RiscPC 600 e una Sun Microsystems Type 5 su bus proprietario. Queste tre tastiere hanno una struttura simile e sono basate su un supporto di contatto a membrana, attuatori di gomma e supporti dei tasti a scorrimento. Piccole differenze: le due tastiere a standard PS/2 hanno gommini singoli, ma in quella Silicon Graphics sono (debolmente) incollati con un biadesivo cartaceo alla membrana:

La tastiera della Silicon Graphics O2 interamente smontata.
Dettaglio sulla membrana con i gommini incollati (si notano i quattro punti di adesivo cartaceo attorno a ciascun gommino).

La tastiera Silicon ha i pistoncini che agiscono sui gommini direttamente estrusi dal tasto. Nella tastiera Acorn, invece, il tasto è incastro sopra il pistoncino scorrevole che a sua volta agisce sul gommino:

La tastiera Acorn totalmente disassemblata. La membrana, non visibile, è sotto la carta assorbente in basso a destra.
Dettaglio su pistoncini e gommini della tastiera Acorn.
Il montaggio di pistoncini e gommini sul telaio rovesciato della tastiera Acorn

La tastiera Sun Microsystems, invece, aggrega i gommini in due superfici continue e, come nel caso della Acorn, il meccanismo che agisce sul gommino è separato dal tasto:

La tastiera Type 5 Sun Microsystems totalmente disassemblata.
Dettaglio dello strato di contatto della tastiera Sun Microsystems.

Apparentemente molto simili, le tre tastiere restituiscono sensazioni molto diverse sotto le dita. Quella con il tocco più caratteristico è la Sun: silenziosissima e con un feeling ovattato, dà quasi la sensazione di scrivere su un cuscino (un carissimo amico descrivera il feedback sonoro come “puff puff”, a sottolineare la differenza rispetto alle più rumorose e “clicky” IBM).

È innegabile che la qualità della tastiera si traduce in qualità del lavoro per chi passa tante ore a scrivere. Ovviamente non è solo la qualità dei tasti ma anche la disposizione, il rumore, l’altezza complessiva della tastiera e l’inclinazione del telaio, la possibilità di posizionarla a piacere sulla scrivania e, non ultima, la stabilità (una tastiera che “sfugge” sotto le dita rende la digitazione quantomai fastidiosa).

Vicoretro’ 2018

Malgrado qualche imprevisto all’orizzonte, è stato possibile contribuire alla terza edizione di Vicoretrò, evento di retrocomputing organizzato dalla associazione omonima, nella bellissima sede del borgo di Vicopisano. Benché si sia svolto poche settimane dopo il raduno romano, fare un confronto tra i due eventi sarebbe fuori luogo sia per le dimensioni sia per il contesto e gli obiettivi.

Gli organizzatori hanno avuto la bella idea di collocare l’esposizione in concomitanza con la manifestazione Castello In Fiore che celebra la bellezza e la storia del borgo con mostre botaniche, arredo da giardino e le immancabili prelibatezze gastronomiche.

Diversi gli espositori già visti a Roma, tra cui una menzione speciale merita Marco Fanciulli che ha riproposto il progetto di replica del cockpit del modulo di allunaggio Apollo 11.

Io ho portato lo stesso setup del raduno romano, ovvero la SPARCstation LX e la NeXTstation Colo N1200, entrambi con monitor TFT.

Abbastanza ironico che la N1200 funzioni correttamente solo con il monitor Sun Microsystems dotato di sync-on-green.

In vista del Festival 2018

Come già scritto qualche settimana fa, il prossimo weekend del 28-29 Aprile 2018 si svolgerà a Roma il Vintage Computer Festival Italia, il più grande raduno nazionale di retrocomputing. Sarà un evento eccezionale che affiancherà all’esposizione delle macchine storiche anche una serie di interventi di approfondimento con personaggi che hanno fatto la storia del calcolo elettronico.

Saranno esposte oltre 100 macchine uniche, alcuni pezzi rarissimi (compreso un Apple I), la replica del sistema di assistenza al volo dell’Apollo, numerosi computer storici perfettamente funzionanti e utilizzabili.

Tra le personalità ospiti dell’evento la più importante è senza dubbio Lee Felsenstein, noto come “il papà del modem e del Sol 20“, il primo home computer della storia venduto pre-assemblato nel 1976 nonché progettista dell’Osborne One, il primo computer portatile. È stato inoltre il primo moderatore dell’Homebrew Computer Club, quell’incredibile aggreatore di menti brillanti che dalla metà degli Anni ’70 ha innescato la scintilla del calcolo personale (non dimentichiamo che Steve Jobs, Steve Wozniak e Bill Gates passarono da quelle parti). Interverranno poi Gastone Garziera (progettista della storica Olivetti Programma 101), Sandro Graciotti (designer dell’Olivetti M24), Mauro Cuomo (che collaborò con Steve Jobs in qualità di international product manager per l’Europa al lancio del Mac). Coordineranno alcuni dei momenti Corrado Giustozzi e Marco Marinacci, firme storiche di MC-Microcomputer e saranno presenti i rappresentanti di alcuni dei musei dell’informatica del nostro Paese.

Il piccolo contributo del MMCC all’esposizione consiste in una SPARCstation LX e una NeXTstation Color.

Due specialità software saranno liberamente fruibili sulle due macchine: sulla SPARCstation sarà installato LibLab, il libro-laboratorio di Fisica primo esempio al mondo di Apple Java a scopo didattico realizzato da Andrea Mameli nel 1994; sulla NeXTstation, invece, sarà installato il browser Nexus scritto da Tim Berners-Lee e la macchina sarà configurata per connettersi al primo sito web italiano realizzato nel 1991 dal CRS4 di Cagliari (a quel tempo presieduto dal Premio Nobel Carlo Rubbia) e “restaurato” nel 2016 da Gavino Paddeu e Antonio Concas.

La perdita dei “credits”

Andare a ritroso di decine d’anni nell’evoluzione dell’informatica aiuta a cogliere la portata di tante innovazioni che hanno profondamente trasformato le nostre vite. Qualunque possa essere la complessità dell’ambito esplorato (hardware, software o applicativo nel senso di “usi nuovi” del calcolatore), dietro ci sono sempre e comunque gruppi più o meno numerosi di persone che hanno contribuito al successo.

Accanto all’evoluzione, però, c’è stata anche una involuzione, per così dire: nella pagina dei “credits” delle applicazioni non compaiono più i nomi delle persone principali che hanno lavorato al progetto, ma solo i loghi delle aziende e l’immancabile attribuzione del Copyright.

È chiaro che i progetti attuali sono gestiti da team molto numerosi, specie se trattasi di progetti opensource o che integrano vaste componenti a codice aperto. Si è però perso, per così dire, quel senso di “appartenenza” sul software che c’era un tempo. Il discorso potrebbe diventare molto lungo, ma vale la pena fare qui solo due esempi: l’about box del Workspace Manager di NeXTstep 3.3 e il Finder di macOS 10.12 Sierra.

Nel primo è visibile la lista degli sviluppatori (e addirittura del designer), mentre nel secondo spariscono totalmente i nomi delle persone coinvolte.

Forse anche questo è un segno dei tempi.

 

Vintage Computer Festival Italia 2018

I prossimi sabato 28 e domenica 29 Aprile 2018 si svolgerà a Roma il Vintage Computer Festival Italia, organizzato dal Vintage Computer Club Italia, seguito ideale del primo raduno Retro Computer Italia (RCI) che si svolse nel 2016. L’evento si terrà nella Sala Nagasawa, ex cartiera Latina nel Parco dell’Appia Antica.

Ci saranno decine di espositori, centinaia di computer storici, conferenze e tanta tanta passione.

Salvo imprevisti, io esporrò due workstation grafiche ad alte prestazioni (d’altri tempi, ovviamente!). Maggiori dettagli a seguire prossimamente.

Ventuno anni fa Apple acquisiva NeXT

Era il 20 Dicembre 1996: Apple acquisiva NeXT. Gli occhi del mondo erano puntati sul ritorno di Steve Jobs al timone dell’azienda fondata anni prima e grandi aspettative crebbero attorno alla fusione tra le tecnologie del Mac e del sistema operativo NeXTStep. In pochi anni arrivarono l’iPod, l’iMac, poi Mac OS X, poi portatili e desktop sempre migliori. Steve Jobs era riuscito nel miracolo di risollevare Apple. Nel 2007, undici anni dopo, Apple stravolge il mercato della telefonia con l’iPhone, l’anno successivo reinventa il mercato delle applicazioni (l’App Store venne lanciato nel luglio 2008) e nel 2010 con il lancio dell’iPad inventò il mercato dei tablet realmente utili.

A 20 anni da quella fusione, i risultati sono sotto gli occhi di tutti: macOS, iOS, tvOS e watchOS hanno tutti una base comune che affonda le radici in NeXTStep. A rileggere l’annuncio dell’acquisizione e dei piani strategici su MacOS, possiamo dire che tutte i buoni propositi si sono realizzati:

Our goal is a new OS that will set the standard for computing in the 21st Century. By blending Apple’s and NeXT’s advanced software (as you know, at the end of 1996 we entered into an agreement to acquire NeXT), we aim to create a software platform that breaks the barriers of current operating systems and will be able to take full advantage of the high performance microprocessors of the future. This OS should make it easy for developers to quickly create breakthrough applications, while providing you with the performance, reliability, speed, ease of use, and the greatly enhanced multimedia and Internet capabilities you’ll want in the 21st Century. Our first customer release of this new OS, intended for early adopters of new technology, is called Rhapsody, and should be ready within a year; with a full customer release slated for mid-1998.

Questo anniversario è anche l’occasione per sottolineare ancora una volta che “la storia si scrive alla fine”.

Infatti, nel 1995, Randall E. Stross scrisse nel libro STEVE JOBS & THE NeXT BIG THING che NeXT poteva essere considerata come il più grande fallimento dell’imprenditoria della Silicon Valley, avendo “bruciato” 125 milioni di dollari. N anni dopo che quell’affermazione è stata scritta, Apple comprò NeXT per 430 milioni di dollari, oltre tre volte l’investimento iniziale.

Vicoretrò 2017

Unico evento del 2017 ho potuto partecipare, Vicoretrò 2017 è stata una bella giornata all’insegna del retrocomputing e della squisita accoglienza toscana.

L’evento si è svolto presso la sede dell’associazione Vicoretrò a Vicopisano (PI), grazioso borgo a pochi chilometri da Pisa.

Onestamente, non saprei dire se ci fossero più espositori (con relativi amici e familiari) o più visitatori, ma poco importa: la giornata è stata molto bella, nei tre aspetti espositivo, seminariale e gastronomico!

Queste le tre macchine con cui ho contribuito all’esposizione: una SPARCstation Voyager 146, una NeXTstation N1100 e una O2.

Purtroppo la SPARCstation Voyager ha manifestato un problema dell’ultimo minuto sul display, dunque non è stato possibile metterla in funzione.  È stata comunque esposta, poiché una macchina piuttosto rara e particolare. Al centro del trio la meravigliosa NeXTstation N1100, simile a quella mostrata al raduno di Roma, ma in questo caso si è trattato di un altro esemplare di provenienza tedesca e monitor in scala di grigi originale.

L’ultima macchina esposta è una Silicon Graphics O2, con in esecuzioni alcune animazioni eccezionali (per l’epoca) e un porting di Doom:

Per problemi logistici non è stato possibile portare il monitor originale CRT Silicon Graphics con schermo Trinitron. Peraltro, oltre al peso e alla difficoltà di conservazione durante l’anno, questi schermi sono piuttosto delicati e il rischio che si corre con trasporti frequenti è che l’elettronica o le plastiche subiscano dei danneggiamenti fatali. Per questo motivo, mi sto organizzando con dei TFT con form factor adeguato (4:3) a bassa risoluzione (1024×768 o 1280×1024 al massimo) e adattatori opportuni (solitamente DB13W3 verso VGA). Di seguito qualche altra foto della manifestazione, con alcune macchine interessanti. Tra tutte un bellissimo Apple II, una replica del mitico Apple I, l’intero set di macchine Atari e una bellissima Programma 101 Olivetti.

I sistemi operativi degli Anni 90

Mentre scrivo queste note (2016), l’informatica personale e professionale (non server) gravita attorno a due famiglie di microprocessori: x86 e ARM. I primi regnano da sempre su notebook e desktop (e server), i secondi su smartphone, tablet, wearable e set-top box.

Trent’anni fa la situazione era ben diversa! C’era un’ampia scelta di processori e architettureE il mercato dei microcomputer era diviso in personal computer e workstation, con queste ultime equipaggiate con processori RISC dalle prestazioni e dal prezzo stellari.

Le macchine NeXT, come tante altre piattaforme nate negli Anni ’80, erano basate su architettura Motorola 68K, in particolare sul 68040 a 25 o 33 MHz. Prima dell’arrivo della 68060, questa CPU era la più potente della famiglia, partita con lo storico 68000 a 16 bit (cuore di Macintosh, Amiga, Atari ST) e successivamente evoluta sui successivi 68020 e 68030. Fatto poco pubblicizzato nei dibattiti sul retrocomputing, il sistema operativo NeXTStep fu reso disponibile anche per altre architetture oltre alla m68K e, dunque, al NeXTCube e alle NeXTstation: Intel x86, HP PA-RISC e Sun SPARC. Merito del fatto che fosse basato su un kernel Unix, senza dubbio: Unix e il linguaggio C, infatti, sono stati progettati proprio con la portabilità in mente. Supportare diverse architetture, in realtà, non fu una caratteristica solo di Unix: anche le prime versioni di Windows NT vennero rese disponibili su diverse architetture (x86, DEC Alpha, MIPS R4000 per la 3.1, PowerPC e SPARC per la successiva 3.51). Anche BeOS apparve prima per PowerPC e poi per Intel. L’architettura x86 a 32 bit era ancora una scommessa e l’arena dei microprocessori RISC ad alte prestazioni era piuttosto affollata: probabilmente nessuno sapeva per certo quale (o quali) architettura sarebbe risultata vincente e non si voleva perdere il treno. Sono trascorsi oltre vent’anni da allora e la storia è scritta: in ambito PC è rimasta solo l’architettura Intel, oggi consolidata a 64 bit e multicore, la sforzo di IBM e Motorola su PowerPC si è arenato sul G5, i microprocessori RISC hanno perso il vantaggio di prestazioni, i microprocessori non x86 sono pressoché totalmente relegati al mondo dei server mission critical, come quelli delle compagnie telefoniche.

Del mondo delle workstation RISC parlerò prossimamente, mentre in questa sede vorrei sofferarmi sul mondo dei personal. È interessante, infatti, soffermarsi sulla architettura x86, guardando la situazione al 1993, anno in cui NeXT ha rilasciato NeXTStep versione 3.1 per la piattaforma Intel. La tabella qui sotto mostra la timeline dei sistemi operativi a 32 bit per piattaforma x86 (in grigio il sistema su architetture non x86, in verde la disponibilità sulla piattaforma Intel):

In quel periodo la stragrande maggioranza dei computer x86 faceva girare il DOS (con i suoi abbondanti 640K di memoria RAM!) che a sua volta faceva girare Windows. Tra i sistemi a 32 bit in grado di sfruttare appieno le caratteristiche dei processori 80386 e 80486 c’era OS/2. La versione 2.0 fu la prima realmente a 32 bit, mentre la successiva versione 2.1 migliorò prestazioni e compatibilità. Nel 1993, insieme a NeXTstep e OS/2, fece la sua comparsa Windows NT 3.1, il sistema operativo sviluppato da Microsoft in parallelo allo stream al 16bit. La release 1.0 di Linux arriverà nel 1994, mentre BeOS arriverà dopo qualche anno. Possiamo citare anche Solaris (che si chiamava SunOS) e Plan 9, uscito dai laboratori AT&T come il suo predecessore Unix.

Volendo abbracciare un quinquennio, tra il 1993 e il 1998, appare un mercato ricco che offriva ben 6 sistemi operativi (NeXTSTep, Solaris, BeOS, Windows NT, OS/2, Linux e Plan 9) più l’ibrido Windows 95 che aveva pezzi a 16bit e pezzi a 32bit. Volendo poi allargare al mondo della workstation RISC, c’erano anche VMS (DEC) e i vari Unix come Irix (SGI), AIX (IBM) e HP/UX (HP).

Torniamo al mondo x86. Il tempo è passato e una specie di selezione naturale ha lasciato in vita tre sistemi operativi e (di fatto) una sola piattaforma hardware: Mac OS X (nato dalle ceneri di NeXTStep), Windows 10 (evoluzione di Windows NT) e Linux. Esiste ancora Solaris per x86, ma credo di poter affermare che il suo utilizzo è per lo più in ambito server, mentre è sempre più raro trovarlo sulle workstation. Wikipedia, peraltro, ci ricorda che questa categoria di calcolatori non esiste più in tecnologia RISC: il 2009 ha segnato la fine della produzione delle ultime workstation IBM con tecnologia Power, mentre l’anno precedente terminò la produzione delle workstation Sun e HP. L’architettura x86-64 è l’unica oggi disponibile e la scelta si articola nella velocità e nel numero di processori, nel tipo e nella dimensione della RAM ed eventualmente nell’affidabilità complessiva dei componenti.

Un ultimo sguardo al percorso evolutivo: NeXTStep ha preso vita nel mondo delle workstation, evolvendo poi sui computer desktop per giungere su smartphone, tablet e wearable nelle varie declinazioni di Mac OS X e iOS. Linux è partito dal mondo desktop, ma oggi  domina il mercato dei server, degli smartphone (si pensi ad Android), dei sistemi embedded e degli appliance multimediali. Windows resta leader sui desktop, mentre in ambito mobile ed embedded ha quote di mercato pressoché invisibili.

Mi chiedo se vedrà mai la luce un nuovo sistema operativo, ma credo sia fortemente improbabile vista la complessità dei tre sistemi oggi esistenti. Inoltre, essendo Linux e il suo ecosistema totalmente opensource, forse non vale la pena partire da zero mentre è più conveniente partire da una base solida e robusta con 20 anni di codice alle spalle.

Networking su NeXTstation

Supponendo di aver appena ricevuto una macchina NeXT, fatte le prime doverose pulizie, se il sistema operativo è già installato, il primo desiderio è quello di connettere la macchina in rete. Questo è senz’altro una pretesa del nostro tempo: noi siamo connessi e altrettanto devono fare le macchine, nuove o vecchie che siano! Rispetto alle intrinseche deviazioni della piattaforma NeXT su video, tastiera e mouse, il networking è l’ambito dove almeno la parte hardware è facile: sul retro del case è presente una porta Ethernet 10Mbps (il Gigabit era ancora fantascienza) che consente di connettere immediatamente la macchina ad una rete locale “moderna”. Volendo, è presente anche un connettore BNC (per reti 10BASE2), ma di questi tempi è molto più facile trovare uno switch con una presa RJ45 libera piuttosto che un segmento di rete con cavo RG58 a cui agganciare un nuovo nodo. Dunque, connesso un tipico cavo patch, la configurazione hardware è risolta.

Lato software la configurazione è abbastanza semplice, ma richiede un minimo di guida rispetto ai pannelli di setup degli ambienti più moderni. Innanzi tutto è utile sapere che NeXTStep si aspetta di trovare un server che si occupi della configurazione della macchina (un DHCP ante litteral, visto che il Dynamic Host Configuration Protocol sarà introdotto solo nel 1993). Non ho dettagli su questo aspetto, non ho ancora letto a fondo i manuali dell’amministrazione di sistema dunque non so fornire dettagli in merito. Peraltro, per poter mettere in piedi un sistema client/server è necessario disporre di almeno due macchine, cosa non da poco  per la maggior parte di noi (la mia seconda NeXT sarà oggetto di restauro in autunno, dunque per ora anche io ho una sola workstation funzionante, ndr).

Ci occuperemo, dunque, della sola configurazione base del TCP/IP, per connettere una macchina con NeXTStep 3.3 alla rete di casa o dell’ufficio. Occorre tenere sotto mano:

  • l’indirizzo IP da assegnare alla NeXT
    • non essendo disponibile DHCP, onnipresente nei router moderni, occorre necessariamente attribuire un indirizzo statico alla workstation.
    • Solitamente i router assegnano gli IP dinamici all’interno di un intervallo stabilito (ad esempio, da 192.168.0.50 a 192.168.0.150). Si hanno, dunque, due possibilità: assegnare alla workstation un indirizzo IP all’interno di questo range (ad esempio, 192.168.0.123), avendo cura di indicare al router che tale indirizzo è riservato ad un certo MAC address (quello, ovviamente, della scheda di rete della NeXT) oppure assegnare staticamente un indirizzo fuori dal range (192.168.0.199) assicurandosi che non venga utilizzato da nessun’altra macchina sulla rete. Una nota: nel primo caso il router non riceverà mai la richiesta di attribuzione dell’IP da parte della NeXT, ma la configurazione salvata eviterà che il router assegni tale indirizzo ad un’altra macchina.
  • l’indirizzo IP del router
    • probabilmente il più classico dei 192.168.QUALCOSA.1, nell’esempio mostrato sopra 192.168.0.1. È sufficiente consultare il pannello di amministrazione del router o la configurazione dinamica di una macchina già connessa alla rete per scoprirlo.
  • la maschera della sottorete
    • in ambiente domestico la solita 255.255.255.0; valgono le considerazioni del punto precedente
  • l’indirizzo (o gli indirizzi) del server DNS
    • si possono utilizzare quelli dell’Internet Provider in uso, ma potrebbero cambiare nel tempo. Una soluzione potrebbe essere quella di utilizzare i DNS pubblici di Google, che hanno IP 8.8.8.8 e 8.8.4.4, o magari uno privato locale che poi inoltri la richiesta al server del provider. Insomma, come nel caso dell’indirizzo della workstation, occorre rendere statico anche il riferimento al server DNS.

Vediamo, dunque, come configurare NeXTStep 3.3 per accedere alla rete avendo a disposizione le informazioni di cui sopra. Prima di tutto, occorre accedere alla macchina con l’utente root ed avviare l’applicazione HostManager contenuta nella categoria (cartella) NextAdmin:

(ricordo che le immagini sono in scala di grigio perché si tratta di screenshot presi su una NeXTstation N1100, che è monocromatica)

Dal menù dell’HostManager è necessario selezionare la configurazione locale agendo sulla voce Local: si presenterà la finestra Local Configuration sulla quale è possibile impostare tutti i parametri.

Vediamoli nel dettagli:

  • NetInfo Binding
    • a meno che non abbiate un server di questo tipo, è consigliabile selezionare l’impostazione “Use local domain only”
  • Hostname
    • possiamo attribuire un nome alla macchina (nella migliore tradizione delle workstation Unix!). Nel mio caso, la macchina si chiama gerdanext, in onore del mio nick gerdavax.
  • NIS Domain Name
    • selezionare “None”
  • Internet Address
    • in questa posizione è necessario inserire l’indirizzo IP assegnato alla macchina (nell’esempio: 192.168.0.199)
  • Broadcast Address
    • è possibile lasciare il valore di default (che sarà 192.168.0.255 nell’esempio di configurazione finora seguito, ndr).
  • Time Standard
    • ho lasciato l’impostazione di default, ma non so se NeXTStep abbia un elenco di server NTP predefiniti. Probabilmente è una informazione che arriva dal server di configurazione. Finora l’impostazione di default non ha creato problemi, dunque ho lasciato così.
  • Netmask
    • ho specificato esplicitamente quella standard
  • Router
    • ho specificato esplicitamente l’indirizzo del router

A questo punto è sufficiente salvare per rendere operative le modifiche, previo reboot come richiesto dalla dialog mostrata di seguito:

Al riavvio la macchina avrà l’indirizzo IP assegnato. Sarà sufficiente eseguire un ping verso il router per assicurarsi che tutto funzioni correttamente. L’ultimo passo è impostare il server DNS. In questo caso non si può fare affidamento sull’interfaccia grafica, ma occorre passare alla shell di sistema. Sempre con l’utente root, è necessario modificare (o creare ex-novo, come nel mio caso) il file /etc/resolv.conf, analogamente a quanto avviene su altri sistemi Unix:

ed inserire una riga con la keywork nameserver seguita dall’indirizzo IP del server DNS (nel mio caso, proprio il server pubblico di Google con indirizzo 8.8.8.8):

È possibile inserire riferimenti a più server, ciascuno su una riga. In questo caso non è necessario un riavvio della macchina ed è sufficiente utilizzare l’utility nslookup per verificare la corretta risoluzione dei nomi:

Ultimo dettagli: l’indirizzo MAC della NeXT è visibile all’avvio della macchina, mostrato dalla BOOT ROM. Ad esempio, sulla mia NeXT è quello evidenziato nella foto qui sotto:

Reazioni post-Raduno 2016

Come già detto, il Raduno 2016 è stato un successo sia per il numero di espositori che hanno aderito sia (soprattutto!) per i partecipanti che l’hanno visitato. Diversi anche gli articoli sul web che ne hanno parlato a valle. Riporto di seguito quelli che hanno evidenziato, per così dire, la presenza della NeXT e l’importanza di questa piattaforma nella storia dell’informatica:

Superfluo dire che fa piacere sapere che lo sforzo di restauro di una macchina sia stato apprezzato e questo vale per qualsiasi pezzo e qualsiasi collezionista, che si tratti di una macchina molto rara o di una comunissima.