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Emergenza COVID-19

Questo articolo, purtroppo, tratta di un argomento estremamente grave, doloroso e pericoloso per tutti. Non si vuole esprimere una opinione ma solo lasciare traccia di un evento che segnerà inevitabilmente il nostro futuro.

Nel momento in cui scrivo queste note, nel mondo si contano quasi 200mila contagiati, 8mila morti di cui quasi 3mila sono in Italia (secondo Paese più colpito al mondo, dopo la Cina). I due screenshot qui sotto sono stati presi in orari differenti e probabilmente aggiornati in orari differenti, dunque sono leggermente discrepanti.

Situazione mondiale al 18 marzo 2020
Situazione italiana al 18 marzo 2020

Questo virus si contagia in modo estremamente rapido, può essere ospitato da individui senza sintomi e, dunque, proseguire la diffusione in maniera silente, per poi esplodere nei soggetti più deboli.

Sono stati già fatti numerosi paragoni (la SARS, la Spagnola, Ebola) per la disperazione che questo agente porta con sé. E sono state fatte tante ipotesi sulla genesi del virus, sul perché si sia diffuso in particolari zone e perché sia ancora così difficile arginarne la diffusione.

Una cosa è certa: il COVID-19 ci ha trovati impreparati, deboli e, con buona pace dei razzisti del mondo, “tutti sulla stessa barca”. Colpisce Paesi ricchi e poveri, da oriente ad occidente, da nord a sud. Colpisce i vecchi, gli adulti, i giovani (seppur in misura minore), colpisce uomini e donne. Colpisce la gente comune e i personaggi famosi, non fa distinzione di classe né di cultura. Il COVID-19 è l’appiattimento totale o, se si preferisce, la constatazione che siamo davvero tutti uguali e questo problema riguarda tutti. E che, per risolvere il problema, abbiamo bisogno di scienza, non pozioni magiche.

I danni sono enormi per tutti: lavoro, economia, scuola, benessere complessivo delle persone. Le scuole sono chiuse, tutte le attività ricreative sono sospese: i nostri giovani e giovanissimi comunque saranno provati. Tutti i settori produttivi sono bloccati o in difficoltà. Coloro che non stanno guadagnando, ovviamente non possono spendere; coloro che stanno ancora guadagnando (si pensi, ad esempio, al personale degli ospedali, spendono lo stretto necessario).

Qualcuno già adesso subisce danni economici enormi: se tutte le attività commerciali non essenziali sono chiuse, evidentemente chi dipende da quelle attività avrà un impatto enorme. Poi arriverà l’onda lunga di chi oggi sta lavorando ciò che ha “acquisito” prima dell’emergenza e che oggi non sta costruendo il business di domani.

Non è possibile sapere quando tutto questo finirà (due settimane? un mese? due mesi? qualcuno parla dell’estate 2020) e quali saranno le modalità di ripresa. E se ci sarà una vera ripresa oppure se il COVID-19 tornerà in autunno come l’influenza stagionale. Quali le conseguenze per l’occupazione, quali le situazioni che non potranno essere recuperate (ad esempio fallimenti o stagioni completamente perse). Quali le azioni di sciacallaggio che inevitabilmente verranno escogitate dai peggiori.

Tre le speranze e l’augurio per tutti: che questo dramma finisca presto, che possiamo recuperare la normalità in breve tempo, che possiamo aver imparato una bella lezione di solidarietà.

E che il prossimo post torni a parlare dei nostri amati computer storici.

A proposito: il Vintage Computer Festival Italia è stato ovviamente cancellato. Un piccolo esempio dei danni che il COVID-19 sta arrecando alla cultura.

Gli slogan del momento non ci appartegono, ma “Andrà tutto bene” è un augurio di cui abbiamo bisogno.

Sun Ultra Enterprise 450 Server

Fabio Concato, nella meravigliosa Rosalina, descriveva la sua bella come “novanta chili di libidine e bontà”. La Ultra Enterprise 450 potrebbe essere descritta con le stesse parole!

La macchina oggetto di questo recupero (trattasi di acquisto di materiale usato) non è esattamente in ambito retrocomputing: si tratta di hardware prodotto alla fine degli Anni ’90, precisamente nel 1997. Ben oltre, dunque, la soglia “psicologica” e storica del 1987. Questa Ultra, però, è di interesse perché è degna rappresentante delle ultime macchine “vecchio stile”: grosse, pesanti, basate su architettura non-x86 e con uno Unix non opensource. Potenza e robustezza di una accoppiata perfetta hardware e software pressoché impossibile da raggiungere sulla piattaforma Intel.

La Sun Ultra Enterprise 450

Oggi, nel 2019, una macchina del genere sarebbe sicuramente sostituita da un servizio in cloud con una distribuzione Linux. In poco più vent’anni, dunque, non è solo aumentata la voracità delle applicazioni (più velocità, più memoria, più storage), ma è cambiata totalmente la modalità di lavoro: non si acquista “il ferro” – come si è soliti chiamare l’hardware – ma lo si affitta “un tanto al chilo”.

A parte dimensioni e peso, appaiono lontanissimi il clock di sistema e la memoria a disposizione. La CPU aveva un clock massimo di 480MHz e non c’erano ancora processori multi-core: il parallelismo era ottenuto installando più CPU (in questo caso, fino ad un massimo di 4 unità UltraII). La memoria RAM massima era di 4GB, non troppo lontana dai tagli odierni, quantomeno come ordine di grandezza: la particolarità è che per raggiungere tale quantitativo occorreva installare ben 16 moduli DIMM (da 256MB ciascuno), mentre oggi sono disponibili singoli moduli da 32GB! La capacità di storage era decisamente notevole per l’epoca, potendo contare su un massimo di 20 slot per dischi con capacità massima di 36GB. Si parla, dunque, di 720GB complessivi. In 22 anni la capacità del singolo disco è passata a 14TB, ovvero 20 volte la capacità di 20 dischi, circa 400 volte la capacità del singolo disco. Per non menzionare le unità SSD: un disco da 32GB con velocità pazzesche costa oggi meno di quanto costasse all’epoca il solo mouse originale Sun Microsystems.

Il retro della macchina. In basso sono visibili l’alimentazione ridondata con due alimentatori indipendenti.

Sopra le dimensioni, il peso, la velocità, la memoria RAM e lo storage, c’è il consumo di energia: quasi 2KW di assorbimento e una quantità mostruosa di calore prodotto. Tant’è che era raccomandata una distanza di almeno 1 metro attorno alla macchina (se non installata su armadio rack in locale climatizzato) per garantire adeguato smaltimento del calore.

La Ultra Enterprise 450 ha ingombri importanti e occupa quasi tutto il bagagliaio di una grossa autovettura. È stata ruotata lateralmente per evitare scivolamenti con le ruote e non superare la linea di cintura del portabagagli.

Questa Sun Ultra Enterprise 450 continua ad alimentare la collaborazione con Bit.Old ed è stata collocata presso l’esposizione di Collefferro, in attesa di avviarne il resturo (pulizia, verifica di tutti i componenti e installazione del sistema operativo ex novo).

Nuovo logo!

È innegabile che il logo sia una parte fondamentale di un prodotto, di un servizio o di un marchio. Si pensi alla mela di Apple o alla stella a tre punte di Mercedes. Dunque, anche per il Micro Museo è stato fondamentale trovare un logo bello ed evocativo.

Alcuni tratti fondamentali erano già in mente: il richiamo allo stemma dei Quattro Mori, un pizzino di pixel art e la sigla del MMCC in evidenza.

La mano di Francesco De Rosa, brillante designer napoletano, ha trasformato l’idea in qualcosa di reale:

Il risultato è semplice, pulito e, per noi, molto piacevole. Grazie a Francesco per il bellissimo regalo che ci ha fatto!

SGI Indy e HP 712/60 presso Bit.Old

Continua con entusiasmo la collaborazione tra Bit.Old e il MMCC. Nei giorni scorsi due nuove macchine hanno raggiunto l’esposizione di Colleferro. In particolare, si tratta di una Silicon Graphics Indy con processore MIDP R5000 e una HP 712/60 dotata di processore PA-RISC. Sulla prima è stato installato il sistema operativo ufficiale SGI Irix 6.5.19 ed è stata configurata la webcam originale; sulla seconda è stato installato un porting del sistema operativo NeXTSTEP versione 3.3.

Le due macchine esposte a Colleferro (foto di Maurizio Candito)

È interessante spendere qualche riga per raccontare la storia di queste due macchine.

La prima proviene da un centro di ricerche che la stava smaltendo ed è stata recuperata in una situazione abbastanza disastrosa: cover superiore frantumata, accessori mancanti (mouse, tastiera, webcam), sistema operativo sul disco inaccessibile. In primo luogo, è stato acquistato un coperchio intatto, indispensabile per poter esporre la macchina dignitosamente.

La cover originale della Indy, irrimediabilmente danneggiata

Successivamente, è stata predisposta la configurazione software, utilizzando i CDROM originali e una Raspberry Pi 3 con Ubuntu Server come boot server (ed evitare, dunque, di “impazzire” caricando tutti i CD manualmente). È stato possibile trovare su eBay un esemplare di tastiera PS/2 originale SGI, che ha subito una profonda pulizia prima di essere collocata nella esposizione.

La membrana della tastiera SGI

Il mouse è stato sostituito con uno nuovo con tecnologia ottica Logitech.

La seconda macchina, invece, è stata acquistata online e purtroppo è stata gravemente danneggiata durante il trasporto. A parte la vistosa spaccatura su uno spigolo del guscio superiore, si sono spaccati i supporti plastici che reggono la motherboard.

Lo spigolo frantumato della HP 712/60
Il primo supporto (rotto) della motherboard
Il secondo supporto (rotto) della motherboard
I supporti “volanti”

Senza questi supporti, la motherboard è “volante” all’interno del case e, dunque, a rischio cortocircuito in caso di spostamento accidentale (ad esempio, durante l’inserimento dei connettori mouse/tastiera o VGA). In questo caso, fortunatamente, è stato possibile fissarla sfruttando un cilindretto metallico posto al centro del lato lungo interno e che ha permesso di infilare una vite, seppure non perfettamente allineata. Apparentemente, questa soluzione è sufficientemente robusta e stabile da consentire l’utilizzo normale nella esposizione (sicuramente occorreranno altre cautele nel caso in cui fosse necessario trasportare ulteriormente la macchina).

La vite “di fortuna” che mantiene bloccata la motherboard sul fondo del case metallico

Il momento del retrocomputing

Questo post inizia con una considerazione che può apparire banale. Poche invenzioni dell’uomo hanno avuto una evoluzione così rapida e strabiliante come il calcolatore elettronico, il computer. La fisica dei semiconduttori e la microelettronica offrono nuovi componenti, che l’industria trasforma in prodotti sempre più piccoli e potenti. E tale potenza non è solo all’interno di calcolatori in quanto tali, ma sta permeando ogni oggetto della vita quotidiana (a partire da smartphone, tablet, strumenti da lavoro, apparati domestici, autovetture e così via). Sembra la solita retorica da inserto della domenica, ma è innegabile che la ricerca scientifica e l’industria dell’informatica abbiano creato una sinergia introvabile in altri ambiti. Siamo passati in trent’anni dagli oltre 10 milioni di Commodore 64 (pressoché tutti isolati) a miliardi di smartphone che perennemente connessi, che veicolano testi, informazioni, immagini, video in tempo reale e in qualsiasi posto del pianeta.

Non si tratta solo di GHz o GB, ma di un progresso tecnologico su più ambiti: quello dei display con risoluzioni sempre maggiori e qualità delle immagini elevatissime, batterie a lunga durata (accanto alla progressiva riduzione del consumo energetico dei singoli componenti), miniaturizzazione progressiva. Se le batterie non avessero migliorato la durata, gli smartphone avrebbero una autonomia ridicola che li renderebbe pressoché inutilizzabili. D’altro canto, se i componenti non avessero ridotto notevolmente l’assorbimento, il miglioramento della capacità delle batterie sarebbe stato vano.

Per cogliere questa strabiliante rivoluzione è sufficiente fare un confronto con il mondo dell’automobile. È innegabile che le nuove autovetture siano formidabili, sia quelle elettriche che quelle a combustione, con prestazioni e consumi inimmaginabili, con elettronica capace di migliorare la sicurezza e rendere ogni viaggio più comodo e appagante. Ma – ci sia permessa questa esagerazione – si andava da Milano a Roma negli Anni ’70, ci si va oggi. Forse più comodi, forse più sicuri, probabilmente senza necessità di sosta per fare il pieno di carburante. Si fanno le stesse cose, in maniera molto più veloce. Si potrebbe affermare che anche nel caso dei personal computer valga lo stesso discorso. Non è raro sentire affermazioni del tipo: “con tutti questi GHz faccio le stesse cose che facevo vent’anni fa”. Forse, ma di sicuro non contemporaneamente. Nel caso del calcolo, della capacità di memorizzazione e della capillarità delle reti di telecomunicazioni il salto è ben più elevato. Oggi si fanno cose che trenta o quaranta anni fa erano inimmaginabili. È sufficiente pensare ad una videoconferenza multipunto o alla quantità di dati memorizzata nei datacenter di Google o Amazon per rendersene conto. Le dirette sui social media, video e immagini ad altissima risoluzione trasferiti in pochi secondi a distanze enormi. Biometria, videogiochi più realistici dei film di pochi anni fa. Senza menzionare l’Intelligenza Artificiale, che si manifesta a tutti nel riconoscimento di immagini, nel riconoscimento della voce umana e del linguaggio naturale, giusto per citare due esempi. È disponibile una tale potenza di calcolo, memorizzazione e comunicazione (le tre cose vanno sempre assieme) che il passato è davvero archeologia.

Questo salto genera stupore.

Lo stupore porta l’uomo a soffermarsi sul nuovo che si affaccia e soprattutto a voltarsi indietro per guardare da dove è partito.

Il lasso di tempo trascorso è così breve che chiunque, oggi, può guardare al futuro (mentre questo articolo viene scritto si parla di reti 5G e si smartphone con schermo pieghevole!) e, allo stesso tempo, guardare al recentissimo passato e, appunto, restare stupefatto nel constatare molti milioni di quei Commodore 64 sono stati molto probabilmente la “scuola” per molti dei programmatori più anziani di oggi.

Insomma: passato remoto (informaticamente parlando), fatto di oggetti assolutamente insufficienti per le esigenze attuali, e futuro prossimo coesistono nelle persone che hanno vissuto questa transizione. Chi ha ricevuto un Commodore 64 da bambino è (potenzialmente) un professionista dei giorni nostri che scrive software usato da milioni di persone sugli smartphone di cui si parlava in apertura. Ma nessuno si sognerebbe di restare ancorato al Commodore 64: a parte un po’ di svago, è uno strumento del tutto inutile.

Vale lo stesso per le autovetture? No. Una gloriosa FIAT Ritmo degli Anni ’80 potrebbe fare lo stesso servizio di una moderna Punto, ammesso di voler stare un bel po’ più scomodi, molto meno sicuri e sorvolare sull’inquinamento.

Ci sia consentito esagerare nuovamente, spostando l’attenzione sulla stampa. Gutenberg, inventore della stampa a caratteri mobili, ha scatenato una rivoluzione fondamentale per l’umanità. Rivoluzione iniziata nel Quindicesimo secolo e proseguita nei secoli, passando per l’incisione xilografica e la successiva litografia, sino ad arrivare ai sistemi moderni industriali e personali (macchine da scrivere, fotocopiatrici, stampanti e così via). Secoli di progresso che hanno man mano migliorato una idea rivoluzionaria. Ma Gutenberg non ha vissuto abbastanza da vedere la stampante laser o le rotative moderne!

Non è solo il salto a generare stupore, ma il tempo brevissimo in cui avviene.

L’evoluzione tecnologica informatica, invece, procede così velocemente che una tecnologia oggi innovativa è soppiantata in breve tempo da un’altra altrettanto rivoluzionaria e quella obsoleta è realmente inutilizzabile. Banalmente, molti sistemi degli Anni ’80 non hanno ricevuto alcun aggiornamento per il cosidetto “Millennium Bug”, dunque non sono in grado di gestire date successive al 31 dicembre 1999. La maggior parte delle comunicazioni client/server odierne transitano su connessioni cifrate, i cui protocolli evolvono progressivamente al fine di sanare versioni non sicure. Tali protocolli sono ovviamente onerosi dal punto di vista computazionale e dovrebbero essere implementati sui sistemi operativi più vecchi. Più dati da elaborare implicano anche più memoria per poterli gestire in maniera efficiente, ma le macchine più vecchie a 16 bit non possono indirizzare. Se e quando arriveranno i computer quantistici, anche la (fanta)scienza odierna apparirà più che superata.

Dunque, mentre si procede velocissimi verso il futuro, ci si volta nostalgicamente al passato prossimo a guardare le glorie di pochi anni fa.

È l’anima del retrocomputing: preservare la storia dell’informatica, attraverso le persone, l’hardware, il software e l’evoluzione scientifico teorica che ha mosso i passi nella prima metà del ventesimo secolo ed oggi è imprescindibile in qualsiasi aspetto della vita di tutta l’umanità.

A parte questa considerazione romantica e “per addetti ai lavori”, è innegabile che il retrocomputing stia avendo un momento di grande visibilità nei media. Alcune serie TV, ambientate nei decenni passati più recenti, mostrano spesso home computer ben noti e questo alimenta il senso di coinvolgimento dello spettatore quaranta/cinquantenne all’interno dell’opera.

Più generale, è verosimile che ci siano diversi motivi perché questo avvenga:

  • Arrivano ricorrenze importanti (il trentennale del web, il quarantennale di questo, il cinquantennale di quell’altro) che sono celebrate ricordando i protagonisti e, ovviamente, le macchine del tempo (recente) che fu.
  • Molti professionisti della prima era dell’informatica (diciamo Anni ’70 e Anni ’80) stanno uscendo dal mercato del lavoro e inevitabilmente questo mette in moto un meccanismo “nostalgia”. Oltretutto, le tecnologie di quegli anni sono irrimediabilmente obsolete, come se appartenessero ad un mondo di qualche secolo fa.
  • Purtroppo sono venuti a mancare alcuni degli elementi di spicco della rivoluzione informatica (Dennis Ritchie, Steve Jobs, Paul Allen, ….) e questo ha trascinato la parte “emozionale” di un mondo che non potrebbe più vivere senza ciò che queste persone hanno contribuito a rendere universale.
  • Cresce il numero di appassionati, soprattutto tra coloro che oggi lavorano (e hanno una qualche disponibilità economica) ed erano ragazzi o adolescenti quando stava fiorendo la rivoluzione degli home computer; si potrebbe dire che oggi hanno la possibilità di comprarsi quel computer che allora potevano solo sognare o magari hanno la possibilità di ricreare quella configurazione con cui hanno passato innumerevoli serate divertenti e appassionanti. È un processo analogo a quello che porta marchi come LEGO a realizzare dei set come il gigantesco Millennium Falcon che costa quasi 800 euro: non è certamente un oggetto che può interessare i bambini (occorrono molti giorni per poterlo montare in solitaria ed ha dimensioni tali da renderlo ben poco giocabile!), ma è destinato a chi era bambino negli Anni ’80 e oggi è un lavoratore con ampia disponibilità di spesa.
  • Cominciano a vuotarsi le cantine e le soffitte, vengono alla luce vecchi computer che, alla luce di quanto scritto sopra, sono considerati dei reperti fossili di inestimabile valore. Non è raro vedere annunci del tipo “vendo rarissimo Commodore 64”, dove “rarissimo” mal si sposa con gli oltre 10 milioni di pezzi venduti negli anni!
  • Molte aziende hanno la necessità di smaltire vecchio materiale informatico obsoleto, magari lasciato accatastato in magazzino e questo materiale, per i motivi visti sopra, talvolta è intercettato da qualche appassionato e valorizzato per nuovi utilizzi (collezionismo, disattica, esposizioni e così via).

Passione, nostalgia, moda, speculazione (!), cultura: qualunque sia il movente o la combinazione di interessi, il retrocomputing è attualmente un fenomeno piuttosto diffuso e attorno al quale cresce l’interesse anche per i non addetti ai lavori. Si è inclusa anche la speculazione tra i motivi di interesse: mercatini cittadini e siti di vendite online sono invasi da “rarissimi Commodore 64”, “introvabili Apple II” e così via: insomma, c’è chi ha fiutato un business e cerca coglierne le opportunità. Si moltiplicano anche eventi e pubblicazioni a tema, queste ultime svolgono il preziosissimo compito di scrivere memorie (spesso attraverso interviste o testimonianze dirette) che altrimenti sarebbero irrimediabilmente perdute. Prossimamente sarà fatta una recensione dei principali libri italiani e internazionali che si occupano di retrocomputing.

Telescrivente Lorenz LO15

Nei giorni scorsi è avvenuto un recupero molto particolare. Grazie alla donazione di un radioamatore del centro Italia (Lorenzo, I0TPU) è stata acquisita una splendida telescrivente Lorenz modello TO15.

La telescrivente Lorenz LO15 appena ritirata

La cassa di legno che la contiene è un po’ vissuta e all’interno è presente molta polvere, dunque sarà necessaria una delicata opera di pulizia e restauro sopratutto meccanica, per consentire il corretto funzionamento di leveraggi e trasmissioni.

Dettaglio sulla targhetta che indica il modello
La guida per il nastro perforato richiederà un lavoro accurato!
La Lorenz LO15 accanto alla Model 33 presso l’esposizione Bitold di Colleferro (Roma)

La Lorenz LO15 pesa circa 40Kg ed è attualmente esposta accanto alla Model 33, ospite della collezione Bitold di Colleferro (Roma).

IBM 5362

Durante la breve pausa del Natale 2018, è stato possibile recuperare un IBM 5362 con terminale 5291. Questo grosso calcolatore pesa circa 70KG e fa parte della linea System/36 lanciata da IBM nei primi Anni ’80. Monta un drive per floppy disk da 8″, due hard disk da 14″ e ha ben 512KB di RAM!

Purtroppo la macchina è stata recuperata in cattive condizioni di conservazione: ha preso molta polvere (e terriccio) oltre ad acqua piovana che, seppure non diretta, ha portato parecchia ruggine sui telai interni e sui connettori esterni.

Alcune immagini qui sotto aiutano ad avere una idea dello stato della macchina. Ora è stata collocata in un ambiente protetto, in attesa di avere tempo (molto tempo) e risorse per restaurarla. Probabilmente si inizierà con il recupero della tastiera che, malgrado lo stato in cui si trova, dovrebbe essere perfettamente recuperabile, a conferma della leggendaria robustezza del buon vecchio hardware IBM.

La tastiera coperta dal terriccio
I connettori del terminale 5291
La base del terminale 5291
I connettori sul retro sul computer 5362
Il frontale del 5362 (dopo una spazzolata sommaria)
Dettaglio del pannello di controllo
I due grossi dischi rigidi da 14″
La ruggine del telaio
Il retro del lettore foppy (a sinistra) e le schede logiche (a destra). L’alimentatore (in basso) è realizzato dalla Zanussi Elettromeccanica
Dettaglio sulle schede. Si noti il sensore di temperatura!
Vista dall’alto
Dettaglio sulle schede (molto sporche). Si notino i due moduli da 256KB.
La cinghia del floppy drive, decisamente provata.

Collaborazione MMCC – BitOld

Un proverbio africano recita più o meno così: “se vuoi andare lontano, vai insieme”. Senza voler scomodare saggezza e filosofia, è innegabile che una sana collaborazione è la chiave per raggiungere grandi risultati e il lavoro di più singoli è spesso ben più grande della somma algebrica di ciascun contributo.

Una panoramica dell’esposizione BitOld a Colleferro (Roma)

Da qualche mese è iniziata una collaborazione tra il MMCC e l’iniziativa BitOld ideata da Maurizio Candito e Stefano Capobussi, che curano una bella esposizione permanente di retrocomputing presso l’Istituto Tecnico “Stanislao Cannizzato” di Colleferro (Roma).

La prima collaborazione è squisitamente culturale: c’è un continuo scambio di informazioni, esperienze, consigli, documentazione al fine di ottimizzare e migliorare le attività di recupero e restauro delle macchine.

La seconda collaborazione più tangibile è lo scambio temporaneo di macchine per arricchire le due esposizione. Allo stato attuale, non esistendo una sede per il MMCC, alcune macchine della mia collezione sono visibili presso l’esposizione di BitOld. In particolare, sono oggi esposte una Teletype Model 33 ASR del 1963, una SPARCstation IPX e un MISTRAL 801, macchina molto rara prodotta in Italia (per la precisione a Latina, poco a sud di Roma).

La telescrivente Teletype Model 33 ASR del 1963 della collazione MMCC attualmente esposta al Bitold di Colleferro (Roma)
Il bellissimo Mistral 801

Nei prossimi articoli cercheremo di condividere un po’ di dettagli dell’esposizione BitOld, che comprende alcuni pezzi molto rari ma estremamente importanti nella storia dell’informatica. Una per tutte, la macchina Intel utilizzata nella progettazione dei futuri microprocessori.

A sinistra e al centro le macchine IBM di Bitold, mentre a sinistra è visibile “l’angolo Olivetti”, dedicato a questo importantissimo capitolo dell’informatica italiana.

Ingegneria sotto i tasti

C’è stato un lungo periodo (e forse non è ancora terminato!) in cui le qualità di un computer si valutavano in velocità di elaborazione, quantità di RAM e storage, velocità e risoluzione del comparto grafico. È ovvio: un computer veloce consente di lavorare meglio, se poi tutto è visualizzato come un’opera d’arte tanto meglio. Spesso, però, ci si dimentica del dispositivo di input per eccellenza: la tastiera. Con la diffusione dei touchscreen e il perfezionamento di mouse e touchpad, la tastiera sembra l’oggetto più vecchio e assodato, ma non bisogna scordarsi che i fiumi di testi che vengono scritti ogni giorno sono prodotti da miliardi di click su tastiere di tutti i tipi.

L’opera di smontaggio e pulizia della tastiera di una NeXTstation.

Per questo, dunque, è opportuno soffermarsi su questo dispositivo che affonda le radici nelle prime macchine da scrivere e nel tempo si è evoluto aggiungendo comfort di scrittura, silenziosità e dimensioni contenute (ferma restando, ovviamente, la dimensione e la distanza tra i tasti, strettamente legata alla ergonomia delle mani).

Nel futuro sarà pubblicato un articolo di approfondimento sull’evoluzione delle tastiere. In questo primo articolo introduttivo, invece, si vuole mostrare l’interno di tre tastiere “abbastanza moderne”: una tastiera PS/2 Silicon Graphics di una O2, una PS/2 di un Acorn RiscPC 600 e una Sun Microsystems Type 5 su bus proprietario. Queste tre tastiere hanno una struttura simile e sono basate su un supporto di contatto a membrana, attuatori di gomma e supporti dei tasti a scorrimento. Piccole differenze: le due tastiere a standard PS/2 hanno gommini singoli, ma in quella Silicon Graphics sono (debolmente) incollati con un biadesivo cartaceo alla membrana:

La tastiera della Silicon Graphics O2 interamente smontata.

Dettaglio sulla membrana con i gommini incollati (si notano i quattro punti di adesivo cartaceo attorno a ciascun gommino).

La tastiera Silicon ha i pistoncini che agiscono sui gommini direttamente estrusi dal tasto. Nella tastiera Acorn, invece, il tasto è incastro sopra il pistoncino scorrevole che a sua volta agisce sul gommino:

La tastiera Acorn totalmente disassemblata. La membrana, non visibile, è sotto la carta assorbente in basso a destra.

Dettaglio su pistoncini e gommini della tastiera Acorn.

Il montaggio di pistoncini e gommini sul telaio rovesciato della tastiera Acorn

La tastiera Sun Microsystems, invece, aggrega i gommini in due superfici continue e, come nel caso della Acorn, il meccanismo che agisce sul gommino è separato dal tasto:

La tastiera Type 5 Sun Microsystems totalmente disassemblata.

Dettaglio dello strato di contatto della tastiera Sun Microsystems.

Apparentemente molto simili, le tre tastiere restituiscono sensazioni molto diverse sotto le dita. Quella con il tocco più caratteristico è la Sun: silenziosissima e con un feeling ovattato, dà quasi la sensazione di scrivere su un cuscino (un carissimo amico descrivera il feedback sonoro come “puff puff”, a sottolineare la differenza rispetto alle più rumorose e “clicky” IBM).

È innegabile che la qualità della tastiera si traduce in qualità del lavoro per chi passa tante ore a scrivere. Ovviamente non è solo la qualità dei tasti ma anche la disposizione, il rumore, l’altezza complessiva della tastiera e l’inclinazione del telaio, la possibilità di posizionarla a piacere sulla scrivania e, non ultima, la stabilità (una tastiera che “sfugge” sotto le dita rende la digitazione quantomai fastidiosa).

Vicoretro’ 2018

Malgrado qualche imprevisto all’orizzonte, è stato possibile contribuire alla terza edizione di Vicoretrò, evento di retrocomputing organizzato dalla associazione omonima, nella bellissima sede del borgo di Vicopisano. Benché si sia svolto poche settimane dopo il raduno romano, fare un confronto tra i due eventi sarebbe fuori luogo sia per le dimensioni sia per il contesto e gli obiettivi.

Gli organizzatori hanno avuto la bella idea di collocare l’esposizione in concomitanza con la manifestazione Castello In Fiore che celebra la bellezza e la storia del borgo con mostre botaniche, arredo da giardino e le immancabili prelibatezze gastronomiche.

Diversi gli espositori già visti a Roma, tra cui una menzione speciale merita Marco Fanciulli che ha riproposto il progetto di replica del cockpit del modulo di allunaggio Apollo 11.

Io ho portato lo stesso setup del raduno romano, ovvero la SPARCstation LX e la NeXTstation Colo N1200, entrambi con monitor TFT.

Abbastanza ironico che la N1200 funzioni correttamente solo con il monitor Sun Microsystems dotato di sync-on-green.